Hao Li, il tecnomante del deepfake

Zebra Crossing ha seguito il panel di Hao Li, uno dei massimi artisti mondiali di tecnologia deepfake ed esperto di digital human, per il VFXRIO Live, evento online sulle tecnologie dell’audiovisivo

Come facciamo oggi a credere nelle immagini? Nel settembre del 1982 vedendo il telegiornale mi imbattei senza difese, data l’età di 5 anni, nelle violentissime immagini del massacro di Sabra e Shatila. Non ricordando direttamente l’episodio i miei genitori mi raccontarono poi che quelle immagini mi avevano impressionato molto, fino a esprimere a voce alta una distinzione tra le immagini finte cui ero abituato (cartoni e telefilm americani) e quelle vere di quel servizio di cronaca.

Immagini finte e immagini vere… Al di là dell’assurdità ontologica di tale distinzione sono passati 40 anni ma, raffinandosi la tecnologia, il problema è più vivo che mai. Lo capiamo bene ascoltando la ricca conferenza (completa di Q&A) tenuta da Hao Li domenica 21 marzo in diretta dalla California, in occasione della seconda edizione digitale del 2021 di VFXRIO Live, il più importante evento brasiliano di tecnologie dell’audiovisivo. Sintetizzando per difetto Hao Li è un digital designer specializzato nella creazione di avatar. Ha lavorato per vari film, tra cui Blade Runner 2049, e ha creato Pinscreen, azienda specializzata nella creazione dei “più avanzati avatar virtuali gestiti dalla AI”. Alla base del suo lavoro troviamo l’ampio uso di deep learning, machine learning, e GAN(generative adversarial network). Durante la conferenza il nodo centrale è stato forse toccato da una domanda del pubblico sulla possibilità di aver un “marker” che possa dirci se ciò che vediamo sia vero o no. Abbastanza esaltato Hao Li ha risposto dicendo che se già ora è difficile, in futuro la potenza dei sistemi AI permetterà sempre meno questa fantomatica linea di demarcazione.

Il problema però sta a monte, e trattandosi di immagini esso diventa questione infantile e quasi religiosa. Nel senso di nostro bisogno di credere in qualcosa, e di iniziare questo moto fideistico da ciò che vedono i nostri occhi quando li apriamo, cioè dalle immagini che si mostrano “innocenti” innanzi a noi. La rappresentazione di Dio per immagini ci ha sempre stupito per bellezza (Giotto, Michelangelo) e fatto riflettere per pienezza filosofica (il senso di ciò che vediamo) ma non abbiamo mai avuto bisogno di credere che quel crocefisso dipinto da quel pittore fosse veramente il crocefisso di cui si parla nei vangeli…
Oggi invece il momento di completa confusione tra immagini vere e false ci crea il bisogno di discernere per ritrovare la strada. Il popolo questo chiede ai nuovi sacerdoti, cioè al technomancer Hao Li.

Si pensi alle immagini di Marte viste giusto qualche giorno fa. Se è vero che oggettivamente sono panorami che abbiamo visto e immaginato mille volte, sia nei film di fantascienza che, soprattutto (e per chi ci è stato) nei luoghi reali in cui quei film vengono girati (infatti potremmo benissimo stare guardando scorci dell’Arizona) abbiamo comunque bisogno di credere che siano vere immagini di Marte. Un bisogno che è quasi una speranza. Questo bisogno però ci porta immediatamente oltre tutto l’immaginario cinematografico ricostruito negli scorsi 120 anni. Quelle immagini, arrivanti letteralmente da un altro pianeta, hanno il potere di nascondere nella nostra testa tutto ciò che il cinema può solo fare finta di raggiungere. Per questo motivo il cinema vive una crisi di linguaggio in cui deve (come sta già facendo) ritrovare altre declinazioni di sé, per sopravvivere in un mondo in cui è stato raggiunto dalla realtà. O dal racconto della realtà.

In linea di massima il cinema si è trasferito dal grande schermo alla nostra vita, e noi lo abitiamo tutto il giorno tutti i giorni. Forse è venuta anche meno l’urgenza di ascoltare o vedere una storia da parte del pubblico. Sicuramente nel momento in cui Scorsese scopre il deaging (di cui parla anche Hao Li) e recupera i suoi vecchi amici attori per creare il suo ultimo film The Irishman, è ovvio che l’operazione la fa più per sé stesso che per il pubblico. Lo scollamento tra autore e pubblico/mondo reale è totale. Il cinema per come lo abbiamo conosciuto non c’è più, assume lo stesso valore di andare a sentire Verdi alla Scala (magari vestiti steampunk). Oggi è la realtà ad essere il cinema, con le immagini sperabilmente vere di Marte e i prodigi tecnici ma non illusionistici di Hao Li.

Se un tempo la ricostruzione cinematografica ci portava via, oggi probabilmente non ha nessun senso farsi portare via, dato che questo trasferimento possiamo farlo da soli. Qui sta il senso della democratizzazione di cui parla fieramente Hao Li. In questo modo anch’egli diventa un altro novello prometeo che ruba l’arte del deepfaking agli studios (si pensi a The Congress) per donarla al (cellulare del) popolo.
Ma donarla per farci cosa? Divertire? Evolvere? Ipnotizzare?

Hao Li non è un autore ma un inventore. Non inventa forse immagini,
ma inventa modi con cui la AI possa inventare immagini. Il virtual assistant
è probabilmente il prodotto più alto della produzione di Hao Li. In esso troviamo unite tutte le competenze tecniche, e le caratteristiche che deve avere un avatar umano. Non troviamo però il punto di vista di Hao Li in questa creazione. O meglio, è la creazione ad essere il suo punto di vista,
è la risoluzione dei problemi per ottenere l’idea a diventare il punto di vista
di Hao Li, o il simulacro di un punto di vista. Se torniamo alla domanda chiesta dal pubblico vediamo quanto il marker sia lo stesso Hao Li.

Concettualmente, come accennato prima, già chiedersi se un’immagine sia vera o falsa è assurdo, laddove sappiamo come l’immagine sia di per sé altro dalla realtà. Il livello di esattezza che il digitale ha raggiunto nel ridare
la realtà però è talmente alto (come lamentava Bertolucci) che da sempre
si fa fatica a distinguere la definizione di un’immagine vista su uno schermo da una vista coi nostri occhi. Quando lo schermo sarà nel nostro occhio
la distinzione sarà impossibile. Sappiamo che le immagini da Marte potrebbero facilmente essere false come quelle di Nancy Pelosi “in pain”.

Solo che in quanto umani troppo umani abbiamo un bisogno quasi religioso
di credere nelle immagini di Marte, e di fare una netta distinzione tra la vera Pelosi e la falsa Pelosi. Il distacco critico che la quotidiana enorme mole di immagini “intorno” a noi ci chiede di avere (quella mole intuita e mostrata già trent’anni fa da Brian Eno e gli U2 con lo Zoo TV Tour) batte in ritirata quando vediamo quegli orizzonti perduti rossi di un mondo ancora scevro delle nostre sovrastrutture. Ma come direbbe Casanova in the Addiction “it’s not that easy”. Bisogna sporcarsi le mani con la tecnica come fa Hao Li. Quello è l’unico modo di tenere a bada il mostro tecnologico che, davvero, se usato male può fare male. Nessuno però ci toglie il diritto di sperare in qualcosa di puro come gli orizzonti marziani filmati, speriamo davvero, da Perseverance.

(clicca QUI per vedere la conferenza)

Zebra Crossing is a place for “making meaning”. We absorb what’s momentous in cinema, design and visual art and we provide the key to read the future.

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